Il ruolo del movimento nella terapia psicomotoria
Alcune lettere inviatemi, attraverso la rubrica, da genitori, educatori e insegnanti, descrivono bambini in difficoltà nell’espressione motoria, laddove il movimento, frenetico o mancato, è motivo di preoccupazione per gli adulti.
Con l’inserto precedente, e con quello a seguire, cerco di approfondire i presupposti teorici e le modalità con cui l’approccio psicomotorio affronta tali tematiche.
Se consideriamo il movimento come fulcro per la percezione, e quindi come funzione psichica, allora il campo di intervento della terapia psicomotoria riguarderà gli ambiti in cui vi è legame tra deficit e movimento, laddove quest’ultimo sia stato riconosciuto come “creatore di funzioni”, e posto, pertanto, come nucleo centrale dell’intervento (A.M. Wille, Ambrosiani, Manuale di terapia psicomotoria dell’età evolutiva).
I bambini, a differenza degli adulti, si muovono, oltre che per raggiungere lo spostamento, anche seguendo finalità ludiche o squisitamente dettate dal desiderio di muoversi.
Con il movimento il bambino costruisce se stesso e lo fa con interesse, energia e piacere: queste sono le componenti del movimento che vengono accolte e favorite nella terapia psicomotoria.
Il terapeuta, nella sala psicomotoria, osserva il modo in cui il bambino esercita il proprio movimento, originale e particolare per ogni individuo.
Nel percorso terapeutico lo psicomotricista incontra bambini la cui motricità appare disturbata, ed il suo compito sarà quello di cogliere nell’inibizione e nell’ipercinesia i segni che celano la pulsione per il movimento, connotato da bisogno e desiderio.
