Nostro figlio e gli altri bimbi: lo sviluppo delle abilità di socializzazione nel bambino

Pubblicato Domenica 6 Settembre 2009 da Barbara De Meo
Consigliato per
Genitori 
In
Articoli 
Argomenti
Educazione 
Psicologia 

Nei primissimi mesi di vita i bimbi si relazionano quasi esclusivamente con adulti in un ambiente molto ristretto.
In seguito iniziano a interessarsi alla presenza di altri bimbi, ed è soprattutto con l’ingresso nel gruppo dei coetanei, in genere alla scuola materna, che iniziano a maturare molte nuove abilità di socializzazione.

Mentre nei confronti degli adulti il piccolo continua a trovarsi per molto tempo in posizione di dipendenza, all’interno del gruppo di eguali, trovandosi “alla pari” con gli altri, egli avrà l’occasione di sviluppare poco per volta la sua autonomia, il senso della solidarietà, della giustizia e della reciprocità, e dovrà imparare una gran quantità di nuove regole e di nozioni che sono indispensabili alla collaborazione tra pari.

Osservando i gruppi di bambini di età tra i tre e i sette anni circa, si può notare che essi tendono ad avvicinarsi gli uni agli altri, ma non hanno la capacità di cooperare tra loro.
In questo periodo si distinguono due stadi.
All’inizio, verso i tre anni, i bambini tendono a concentrarsi ciascuno sul proprio gioco, anche in presenza dei compagni: parlano commentando ciò che stanno facendo, oppure, al massimo, imitano qualche vicino, ma sempre essenzialmente senza la volontà di interagire.
Ognuno ha bisogno di farsi sentire, ma il chiacchierio collettivo provocato dalla presenza degli altri non ha la funzione di scambiare informazioni. Ognuno gioca per proprio conto e parla da solo.
Poi, a partire dai 4 o 5 anni, inizia una seconda fase in cui i piccoli iniziano a interagire gli uni con gli altri, prima a due a due, poi in gruppi più numerosi.

L’educatore potrà intervenire solo in piccola parte per favorire questo processo, magari mostrando ai bambini come riunirsi in un girotondo, o in altre attività comuni. Saranno soprattutto le interazioni spontanee, e in particolar modo i conflitti, che indurranno i bimbi a rendersi conto della presenza dei compagni, i quali magari impongono un proprio gioco, oppure si impossessano di un giocattolo ambito, e così via.
Si tenga conto che a questa età dal punto di vista delle abilità cognitive (di pensiero) il bambino si trova ancora in una fase di egocentrismo, in cui difficilmente riesce a percepire che gli altri hanno punti di vista o bisogni diversi dai propri.
Attraverso i piccoli scontri con gli altri, il bambino si accorgerà poco a poco che gli altri bambini esistono e non si possono maneggiare a piacimento come giocattoli. Imparerà a tenere conto della personalità e dei desideri altrui, e i conflitti apriranno la strada ai riavvicinamenti.

D’altronde, entrando nella scuola materna, il bambino tende a trasferire sulle maestre i sentimenti e gli atteggiamenti che in famiglia sono riservati ai genitori: cercherà l’attenzione e la protezione degli adulti, che ammira e dai quali dipende, e ogni altro bambino apparirà come un rivale. All’inizio il bisogno di dipendenza è molto forte e ogni spartizione può apparire intollerabile, così come può avvenire a casa tra i fratellini. Ciascuno avrà desiderio di emergere, di ottenere l’attenzione su di sé, di appropriarsi di oggetti e giocattoli che vede maneggiare dagli altri.
L’intensità e le modalità di tali reazioni possono variare a seconda della qualità delle relazioni che il bambino sperimenta in famiglia, ma momenti di ostilità verso i coetanei sono normali, e devono preoccupare solo quando l’aggressività è persistente o eccessiva.

Come nascerà dunque la capacità di entrare in relazione nel gruppo?
Inizialmente, come detto, vi saranno brevi comunicazioni due a due e, molto spesso, sarà proprio l’ostilità verso un terzo a creare la coesione. I bimbi piccoli provano sentimenti di amore e di ostilità verso la stessa persona o “oggetto” allo stesso tempo o in rapida successione, e questa ambivalenza all’inizio è difficile da integrare. Capiterà che due bimbi condividano la stessa emozione di ostilità verso un terzo: potrà essere un primo sentimento di solidarietà, che ben presto lascerà spazio a fini più costruttivi.
I bimbi scopriranno il piacere di stare o fare qualcosa insieme e la reciproca simpatia sostituirà l’ostilità verso l’escluso. Una volta scoperto il piacere di agire insieme, i comportamenti amichevoli prenderanno rapidamente il sopravvento su quelli ostili e i bambini inizieranno a desiderare la compagnia degli altri durante i giochi.
Ad ogni modo, ci vorrà ancora qualche anno perchè gruppi di coetanei siano in grado di interagire spontaneamente rispettando delle regole di gioco e comprendendone il significato.
La capacità di una vera e propria cooperazione nel gruppo si presenta solamente a partire dai 7 anni circa in poi, e matura entro i 10, 11 anni.
Al di sotto di queste età i piccoli giocando insieme si trovano ad applicare le regole ciascuno a modo proprio, non hanno la preoccupazione di sorvegliarsi a vicenda, né di competere, vincere o perdere. Il piacere che traggono dal gioco è essenzialmente motorio (lanciare la palla, saltare, ecc.) e non ha un fine sociale.
Questo accade semplicemente perché i bimbi entro i 6 anni non hanno ancora la capacità mentale per comprendere il senso delle regole e dei giochi sociali. Si potrà osservare ad esempio che essi non rispettano i turni di gioco: semplici giochi come “la settimana”, che prevede di cedere il posto al compagno quando si sbaglia, sono difficilissimi perché i bimbi faticano ad abbandonare il campo al momento dovuto. Ma non si tratta di egoismo o cattiveria, è piuttosto una reale impossibilità di comprensione: la successione dei turni implica un’operazione mentale logica, la seriazione, di cui essi non sono ancora capaci, per cui non riescono a rappresentarsi che se giocano per primi dopo toccherà ad un secondo e poi a un terzo, e poi nuovamente a loro, così come è molto difficile posticipare una gratificazione perché ancora non è completamente padroneggiato il concetto stesso del tempo, ed è difficilissimo quantificare la durata di un’azione e/o dell’attesa.

Dunque la percezione delle regole di interazione sociale e, di conseguenza, il senso morale si modificano nel tempo seguendo la crescita intellettiva del bambino.
All’inizio il parametro di riferimento per stabilire se un comportamento è buono o cattivo è la norma imposta dai genitori, dato il prestigio di cui godono gli adulti. Paradossalmente i bimbi più piccoli considerano importantissime e indiscutibili le regole, anche se non ne afferrano né il senso né la necessità e anche quando di fatto le trasgrediscono (talvolta senza rendersene conto).
Tornando all’esempio delle regole di un gioco, i più piccoli, interrogati al riguardo, immaginano che esse siano state inventate da un qualche “grande personaggio” e che per questo siano inviolabili (riferimento all’autorità adulta).

A 10 anni la situazione è completamente cambiata: è l’applicazione della regola che è inviolabile, non il suo contenuto in quanto tale, poiché essa è stata inventata a seguito di un accordo tra i bambini che può essere modificato se tutti i giocatori lo concordano.
Un altro esempio si può avere osservando come i bambini valutano la condotta altrui. Anche se per quel che riguarda se stessi a partire dai 3, 4 anni iniziano a distinguere ciò che hanno fatto “apposta” da ciò che gli è accaduto di fare “per sbaglio”, prima dei 6 anni essi non riescono a tenere in considerazione l’intenzionalità o meno dei comportamenti degli altri e valutano la gravità delle azioni altrui in base alle conseguenze oggettive. È più grave rompere per sbaglio un vaso prezioso che non fracassare volontariamente un bicchiere. E ancora: una bugia è più riprovevole se il contenuto si discosta molto dalla realtà (non si considera il fine o il motivo per cui l’altro ha mentito), oppure se la si racconta a un adulto anziché a un altro bambino, oppure ancora di più se viene scoperta.
Anche riguardo a questi aspetti, la situazione si modificherà radicalmente con la crescita: dai sette, otto anni in avanti i progressi decisivi dell’intelligenza del bambino finiranno col modificare radicalmente anche il suo comportamento sociale.

Dott.ssa Barbara De Meo