Rubrica di Formazione
Fare Silenzio Fare Silenzio
Un requisito fondamentale per un buon ascolto è FARE SILENZIO. Pare ovvio, non si può parlare in contemporanea, pena il non comunicare nulla.
Eppure è la cosa più difficile.
“Purtroppo di solito siamo incuranti della nostra tendenza a parlare troppo, a spingere, o a mettere fretta all’altra persona” (D. Larson, 1993).
Fare silenzio non significa non comunicare, ma comunicare accettazione, accoglienza, interessamento, comprensione. E’ importante cogliere l’importanza di farsi da parte, di mettere momentaneamente a tacere la proprie esigenze e le proprie reazioni immediate.
Eppure pare un’esigenza impellente quella di dover intervenire subito, spesso senza neanche lasciare finire la frase, per suggerire la parola che a noi pare giusta, per trovare una soluzione, per dare un immediato consiglio, talvolta anche per negare l’ascolto con frasi del tipo: “So già dove vuoi arrivare!” “Te lo puoi scordare” ecc.
Alla base di questi atteggiamenti c’è molto spesso la fretta, la sensazione di “dover dire qualcosa”, il pensare che l’altro si aspetti la nostra risposta, l’uscire dal disagio se la comunicazione non è quella che ci saremmo aspettati, c’è spesso la difficoltà di accettare l’altro così com'è e di rispettare il suo modo di essere anziché sovrapporci a lui.
E’ più che comprensibile che se il figlio manifesta un dolore, un disagio, un malessere, il genitore a sua volta senta di condividere questa situazione e quindi cerchi di dargli un’immediata risposta per aiutarlo ad uscirne il più presto possibile. Ma è molto probabile che il risultato sia proprio l’opposto.
Molto di rado ci permettiamo di capire un’altra persona. “Credo che questo avvenga perché comprendere fa correre dei rischi. Se veramente mi permetto di capire un’altra persona posso essere cambiato da quanto comprendo. Tutti abbiamo paura di cambiare” (C. Rogers, 1961).
Il processo dell’ascolto ha la sua validità proprio in quanto di questo si tratta: trovare qualcuno disposto ad ascoltare me e il mio problema e ad essere disponibile nei miei confronti, dimostrandomi che come sono va bene senza cercare di cambiarmi secondo il suo punto di vista.
Qualcuno disposto ad accettare che io possa anche attraversare momenti di difficoltà e di dolore, senza andare in crisi per questo, perché questo fa parte della vita di tutti e nessun figlio può esserne esente.
Qualcuno che mi invii un messaggio di fiducia nella mia possibilità nel risolvere il mio problema, senza sostituirsi a me in questo mio compito.
Questo messaggio di fiducia non si invia verbalmente (vedrai che ce la farai, ho fiducia in te, ecc. ecc.) ma lasciando che la situazione sia quella che è, con la presenza e l’ascolto rispettoso. Ricordiamo che il silenzio porta con sé il significato profondo della valorizzazione dell’altro e di quanto sta condividendo.
Quando un figlio ci porta un problema, questo problema può essere complesso come quello che può presentare un adolescente, ma anche semplice (almeno dal punto di vista adulto) come quello del bimbo che non trova più un gioco.
In entrambi i casi è importante non sostituirsi, lasciare che il figlio trovi le sue soluzioni.
Piaget sosteneva che ogni volta che ci sostituiamo al bambino per fare qualcosa che lui potrebbe fare, gli togliamo un’opportunità di crescere.
Sta al genitore valutare fin dove il bambino può fare da sé e quanto invece il compito è ancor troppo difficile per la sua età e quindi è opportuno un intervento adulto.
Ma anche questa valutazione implica “l’ascolto” del bambino, cioè il considerare davvero se il bambino ha o non ha sviluppato l’abilità, senza darlo per scontato.
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