Orsòla si prepara per pescare da sola, a sopravvivere a se stessa. Dopo un accumulo famelico di ricchezze e sfarzi che non l’ha minimamente avvicinata alla felicità è ripiombata nella miseria. Per narrare questa storia inedita il vecchio mastello si trasforma nell’Oceano mare azzurro della favola, come un Mar Mediterraneo rotto, e da lì la vecchina pesca infine il pesciolino d’oro a cui vuole fare la pelle. Con l’intenzione di mangiarselo la vecchia sventra il pesciolino – un fagotto avvolto in una coperta termica – e vi trova una bimba dalla pelle scura. La sputa, la rianima, la scaccia come un insetto, infine la guarda in viso e la culla. Immaginiamo l’anziana moglie del pescatore come una vecchia Europa depressa e abbrutita che non sa di essere fragile, che nella sua corsa all’opulenza ha scordato il valore e il funzionamento delle relazioni umane. Un’anziana sprofondata in una pelliccia di animali morti e confort, avviluppata nella sua solitudine. Orsòla – nomen omen – non ha mai parlato con un pesce, sulla riva su cui abita i pesci si tengono fermi in gabbia, non possono circolare. Ma questo pesciolino parla e non sta al posto suo, non si lascia mangiare, non si lascia confinare. Impone la sua presenza libera con l’evidenza e la forza ineluttabile della giovinezza, della vita che si rinnova.
La presenza in scena della manipolatrice a vista permette di far intuire un ulteriore livello della storia: discreta come una badante essa introduce la storia del pesce d’oro e la racconta a questa anziana signora.
Dove si svolge:
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