20 Gennaio 2009 ARTICOLI

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Inibizione psicomotoria – Seconda parte

L’inibizione psicomotoria non andrebbe considerata come una sindrome, ma piuttosto come un meccanismo di difesa “nei confronti di un vissuto di reale o presunta inadeguatezza del soggetto di fronte a situazioni per lui penose”; tale modalità diviene quindi un modo di essere, una risposta comportamentale a una situazione generatrice di conflitto (A.M.Wille).
Può intendersi inoltre come modalità adattiva e in tal caso è importante accertarsi che la durata della condotta inibitoria sia limitata nel tempo per non compromettere la relazione del bambino con la realtà.

L’inibizione si evidenzia sia sul versante comportamentale (ripiegamento su se stessi, riduzione della mimica e della motricità…), sia sul versante intrapsichico (momenti di amnesia, incapacità di pensare…).

E’ possibile pertanto distinguere una “inibizione delle condotte esterne e socializzate” e una “inibizione delle condotte mentalizzate”. La prima riguarda diversi gradi di patologia, quali la timidezza, qualora essa diventi eccessiva e richiami il quadro della fobia sociale, o l’impaccio motorio e le disprassie. La seconda riguarda sia il funzionamento intellettivo che la stessa organizzazione fantasmatica (inibizione a sognare, immaginare…)
(Adriana Guareschi Cazzullo).


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