Noi ci poniamo spesso in un’ottica adultocentrica, con i nostri punti di vista, con il nostro linguaggio, i nostri ritmi. Eppure una volta parlavamo quel linguaggio lì, abbiamo iniziato da lì. Possiamo ritrovarlo dentro di noi, non per capire tutto del nostro bambino – non è possibile e sarebbe perverso e controllante – ma per comprenderlo emotivamente, per provare a porci nella sua ottica.
Il bambino deve poter giocare e basta, anche da solo, senza consigli dei grandi su ‘come’ giocare. Obiettivo del gioco è solo giocare, provare, fare e rifare permettendosi di sbagliare perché tanto ‘è per gioco’. E così intanto impara, senza paura di sbagliare. La ripetitività é una caratteristica dei gioco.
Purtroppo non sempre i genitori lo sanno e la temono. Come se pensassero “Ma allora mio figlio non evolve?”. Proprio ripetendo il bambino impara e rafforza ciò che ha appreso.
Gli obiettivi del gioco non hanno nulla a che fare con le finalità che possiamo vedere noi adulti.
Gli inglesi. dall’idioma molto specializzato, distinguono due termini: ‘play’ indica il gioco come lo intendiamo qui oggi, ovvero come libertà, sperimentazione, piacere, ‘Game’ differenzia, invece il gioco organizzato, più tipico degli adulti, con schemi e regole più precise e un predefinito utilizzo delle parti del gioco.
Il primo non si insegna.
Vi porto l’esempio di un bambino (*), figlio di un collezionista di francobolli che trascorreva il tempo libero ad assecondare la propria passione. Il bambino si sedeva a terra vicino al padre, che probabilmente gli aveva dato alcuni francobolli di poco valore, e li riordinava, giocando, in base al colore, alle forme, intanto fantasticava. E credeva di essere come suo padre e di fare le stesse cose che faceva lui. Quando Il padre, colpito dall’interesse del bambino e animato dalle migliori intenzioni, cerca di insegnare al figlio il suo metodo di collezionista, secondo il proprio hobby di adulto, segue per il piccolo un’esperienza di grande frustrazione.
Pensava di essere come suo padre e si è scoperto invece improvvisamente incapace, piccolo e ha abbandonato quel gioco. Questo esempio indica come non si possano dare regole e insegnare il gioco (play).
Un bambino giocando sogna di essere un grande pilota, una dottoressa. un esploratore. E’ importante condividere questo, piacere, tralasciando le nostre proiezioni di adulti su ciò che vorremo che diventasse da grande. Nel gioco con i bambini spesso intervengono le aspettative dei genitori: che giochi ‘bene’ dimostrando così di essere intelligente; che compensi ciò che loro non sono stati o non hanno avuto.
I bambini quando giocano sperimentano creativamente la gamma di possibilità aperte davanti a loro.
Oggi hanno tante attività organizzate (nuoto. calcio, danza..), devono scoprire presto un loro talento (se no non sono nessuno), andare a scuola e fare i compiti… Ci sembra che stiano impegnando bene il loro tempo? E’ falso.
La tv dà loro fantasie preconfezionate. Ma quando possono giocare ed essere se stessi?
Come possono essere liberi e creativi da grandi crescendo avranno sempre bisogno di tante attività frenetiche, di chi organizza la vita per loro. Dove sarà il loro spirito d’iniziativa?
Giocare e permettere dì farlo diventa uno strumento per aiutare i bambini a essere in futuro liberi, a prepararsi alla vita.
(*): alcuni esempi sono tratti dall’esperienza personale del relatore, altri dal libro di B. Bettelhelm ‘Un genitore quasi perfetto’, Feltrinelli, Milano, 1987.
