11 Giugno 2006 ARTICOLI

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Mamma, Papà, giocate con Me? (parte terza)

L’atteggiamento dei genitori influenza i bambini, quindi un autentico interesse personale viene ‘captato’ dal piccolo.
Eppure a volte è difficile provare un autentico coinvolgimento nel gioco, spesso siamo stanchi. In alcuni casi un gioco di un bambino evolve proprio perché c’è lo sguardo di un adulto che sostiene, approva e rassicura.

La comprensione reciproca si ottiene proprio giocando oppure osservando l’altro giocare. Guardare nostro figlio che gioca, se ci dà piacere e gioia, implica un coinvolgimento emotivo e una presenza che sarà interpretata da lui come piacere e come approvazione.
Allora, anche se non si gioca con lui ma ci si prende un attimo di relax per osservarlo, l’esperienza è la stessa ed è condivisa, creando e rinforzando ogni volta un legarne profondo.
Esempi di gioco possono essere infiniti. Ne ho selezionati due riferiti a differenti età.
Un bambino piccolo getta ripetutamente il sonaglio fuori dalla culla. Egli in questo modo sperimenta la sua capacità di influenzare l’ambiente intorno a sé e le risposte che ne riceve, ovvero le risposte della madre, o del padre, stimolo per nuovi giochi. Sta primitivamente interrogando la presenza e l’abilità di risposta dei genitori. Un bambino cammina a occhi chiusi e chiede all’adulto di avvertirlo degli ostacoli: dietro questa semplice scena si apre uno scenario colmo di significati. Egli sta chiedendo a quell’adulto: puoi prenderti cura di me? Sei capace di proteggermi? Mi vuoi bene? Posso contare su di te per esplorare l’ignoto? Posso distrarmi? Sei presente e ti preoccupi per me? Posso fidarmi di te? Stare al gioco quando ci chiede una cosa simile significa rassicurarlo molto sulla nostra presenza, dargli sicurezza e rinforzare un legame necessario, preparandoci alle evoluzioni future.
Quindi un legarne di fiducia non si costruisce parlando di “massimi sistemi”, ma attraverso una somma di cose semplici, attraverso questi e altri piccoli episodi quotidiani che saranno raccolti in un “salvadanaio di relazione” da cui il genitore potrà attingere risorse da utilizzare In futuro.
Ritengo necessario sottolineare che a volte può accadere di non essere così disponibili al gioco: non sentiamoci in colpa, non è un episodio che intacca il rapporto con nostro figlio, magari possiamo spiegargli perché non giochiamo con lui e allenarlo un po’ a tollerare le frustrazioni, ma un atteggiamento reiterato e ripetuto nel tempo. E ricordiamo che anche osservare il bambino che gioca come dicevamo prima, è altrettanto importante, fa sentire la presenza, l’interesse e l’attenzione dell’adulto.
E poi il gioco è anche uno strumento a disposizione del genitori per raggiungere con piacere e divertimento obiettivi diversi. I migliori insegnanti sanno anche utilizzare il gioco come strumento di apprendimento. L’esempio è quello di un bambino che non riesce a imparate le tabelline. L’adulto con lui si avvicina, crea un clima scherzoso, poi inizia a dire le tabelline, ma sbagliando clamorosamente. Il piccolo ride e corregge l’adulto. Si crea un gioco per cui al bambino che, divertendosi, vuole correggre l’adulto inizia a imparare le tabelline, superando così il suo blocco iniziale.
Io stessa tempo fa, all’interno di un complesso programma diretto a una famiglia problematica, seguivo un bambino. Mi capitava a di andare in giro con lui ed eravamo spesso in ritardo perché quel bambino si attardava a giocare o a restare con gli amici. Sapevo che un mio ritardo nel ritornare a casa del bambino sarebbe però stato interpretato in maniera persecutoria dalla sua famiglia. Per mantenere un certo equilibrio dovevo rispettare gli orari prestabiliti. Avevo allora inventato il gioco della “corsa dei cavalli”: entrambi fantasticavamo un attimo su come era il nostro cavallo, poi si dava il via alla gara fantastica a cavallo nel tragitto che portava a alla macchina.
Non solo quel bambino lasciava più volentieri le sue attività per giocare a quella gara, ma nel giro di poco tempo era già alla macchina, pronto per andate a casa! E aggiravamo così un possibile momento di coercizione, frustrazione e malumore col vantaggio, per me, di mantenere un equilibrio nel rapporto con i genitori di quel bimbo. Si verificava un’esperienza piacevole e si raggiungeva al tempo stesso uno scopo, quindi, il gioco è un linguaggio comune, per costruire esperienze condivise di apprezzamento e fiducia che rassicurano ol bambino e che sono la base per un legame profondo, utili quando si tratterà di parlare con lui di temi più seri, di affrontare insieme i problemi che verranno, poggiando i piedi su un terreno solido costruito precedentemente giocando insieme.
Molte delle cose dette valgono anche per la lettura. Infatti, leggere una fiaba ad un bambino, anche piccolo, significa rassicurare con la voce, dare attenzione e stabilire una relazione affettivamente solida e di fiducia. Parafrasando il precedente intervento di Ketty Franzol, giocare insieme, è un modo per preoccuparsi, ovvero occuparsi prima, in maniera costruttiva, di quello che sarà il rapporto con i nostri figli. Genitori si diventa attraverso le proprie risorse, riconoscendole, giocando da piccoli, giocando da grandi.

(*): alcuni esempi sono tratti dall’esperienza personale della relatrice, altri dal libro di B. Bettelhelm ‘Un genitore quasi perfetto’, Feltrinelli, Milano, 1987.


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