Quando è opportuno usare il confronto?
Secondo Gordon, il confronto è lo strumento che il genitore può usare efficacemente quando, interrogandosi, è giunto alla conclusione che il problema è suo perché a lui non piace quel che sta succedendo.
Molto spesso le persone che si trovano in una situazione problematica in una relazione, hanno difficoltà a trovare un modo efficace di comunicare all’altro il proprio disagio senza offenderlo o creare barriere e risentimenti.
La stessa difficoltà trovano i genitori e forse anche per questo spesso ricorrono ad atteggiamenti permissivi, temendo di ferire la suscettibilità del figlio.
Espressioni che sono state utilizzate frequentemente, ma che in genere non soddisfano più i genitori, sono del tipo:
1. Trovati qualcosa da fare – Smettila di buttare in aria la casa
2. Se non ti levi di torno, mi arrabbio – Se non metti subito a posto, te ne pentirai
3. Non interrompere una persona quando sta parlando – Vai a giocare da un’altra parte
4. Perché non vai fuori a giocare – Prova a uscire con la tua amica
5. Dovresti avere più buon senso – Ti stai comportando da egoista
6. Vuoi farmi perdere la pazienza – Stai cercando di dirmi di no
7. Non è buona educazione parlare mentre si mangia – Non si lascia in disordine
8. Sei un ragazzaccio viziato – Dovresti vergognarti
Sono le stesse risposte tipiche già analizzate per la relazione di aiuto con gli stessi effetti sul figlio:
i primi quattro tipi di messaggi, sia che si presentino come un ordine, una minaccia, una predica o un consiglio, trovano una soluzione che il figlio dovrebbe attuare per venire incontro all’esigenza del genitore, ma hanno effetto molto diverso: creano resistenza, mandano un messaggio di sfiducia nella capacità del figlio di trovare soluzioni, gli indicano che deve ubbidire senza tenere conto dei suoi bisogni.
Gli altri quattro messaggi che hanno la funzione di giudicare e criticare, interpretare, ammaestrare, prendere in giro e umiliare, fanno sentire i figli colpevoli, inadeguati, non amati o respinti, minano la loro autostima, sono distruttivi per la concezione di sé e quindi per una crescita sana.
Gordon a tutto ciò propone una soluzione alternativa: opera una distinzione fondamentale fra modalità di relazione in base alla persona a cui si fa riferimento quando ci si esprime: sto parlando dell’altro o sto parlando di me?
In tutte le espressioni sopra elencate, il genitore si rivolge al figlio parlando del figlio stesso: gli dice che cosa deve fare o come è. Il genitore è centrato sul figlio, anziché su se stesso.
Poiché chi è a disagio è il genitore, il messaggio dovrebbe essere centrato sul genitore, cioè il genitore dovrebbe parlare di sé. Ad esempio, invece di dire: “smettila di buttare in aria la casa” potrebbe parlare di sé dicendo: “devo preparare la cena e vado in ansia se in cucina non trovo le stoviglie al loro posto”.
Gordon chiama questo tipo di messaggio “Messaggio in prima persona” perché la persona esprime le sue esigenze senza implicare l’altro, ma manifestando solo se stessa.
Per contro gli altri messaggi vengono chiamati “Messaggi in seconda persona” proprio perché si parla di altri e non di sé.
Il messaggio in prima persona non condanna o ferisce nessuno, non giudica, non crea barriere, esprime semplicemente il nostro modo di essere e dà agli altri il modo di trovare una risposta alla nostra esigenza. È uno strumento molto efficace per confrontarsi in modo costruttivo.
