21 Dicembre 2010 ARTICOLI

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I metodi tradizionali di aiuto

Quali sono i metodi tradizionali di aiuto? Gordon li ha classificati in 12 tipologie.
Prendiamo una situazione pratica come esempio.

Un bimbo cade, si fa male, piange.
Provate a mettervi nei panni del bimbo caduto e ascoltatevi: quali reazioni suscitano in voi queste risposte?

dirigere, comandare => Smettila di piangere!
minacciare, ammonire => Se piangi, non crescerai mai/non ti compro le caramelle.
predicare, moralizzare => Non devi fare così. Tutti i bambini cadono.
consigliare, offrire soluzioni => Bagnati con l’acqua, vedrai che ti passa.
discutere, persuadere => Piangere non serve a niente.
giudicare, criticare, condannare => Sei un piagnone. Sei una femminuccia.
elegiare, assecondare => Sei un bimbo in gamba, te la stai cavando bene.
prendere in giro, ridicolizzare => Eccolo, il nostro eroe!
analizzare, interpretare => Piangi perché vuoi che ti prenda in braccio.
rassicurare, consolare => Su, su …. Non è niente.
interrogare, inquisire => Ma come hai fatto a cadere?
cambiare argomento, minimizzare, distrarre => Dai, che ora ti porto alle giostre.

Pare che l’obiettivo del genitore nel dare queste risposte, sia aiutare il bambino a superare la situazione che gli procura dolore, farlo smettere di piangere e fargli dimenticare il suo malessere. Questo però comunica al bimbo il desiderio di cambiarlo, l’incapacità di accettare quel che lui sta vivendo in quel momento.
Dirigere, comandare, ammonire comunicano che i bisogni del bimbo non sono importanti e che lui deve adeguarsi ai bisogni e desideri del genitore. Lo inducono a temere il potere del genitore e possono provocare paura, sottomissione, solitudine, risentimento e rabbia.
Predicare, moralizzare, consigliare, persuadere, analizzare, interpretare suggeriscono che il genitore non si fidi della capacità di valutazione del figlio o della sua capacità di trovare soluzioni proprie. Fanno sentire il figlio inferiore, subordinato, inadeguato. Fanno sentire il potere esterno (predicare, moralizzare) o il genitore (consigliare, interpretare) in una posizione di superiorità rispetto a lui. In questo modo impediscono al figlio di ragionare sul problema, creando dipendenza dal giudizio altrui o dal genitore.
Giudicare, criticare, elogiare suggeriscono che il figlio è inadeguato, inferiore, indegno, cattivo o, al contrario, fanno pensare a grosse aspettative da parte del genitore e alla possibilità di una valutazione futura.
Etichettare, ridicolizzare, umiliare hanno gli stessi effetti di quelli precedenti, ma con un effetto devastante sull’immagine di sé del figlio.
Rassicurare, consolare contrariamente a quanto pensano i genitori, può convincere il figlio che i genitori non lo capiscono. Sono tentativi di cambiarlo, non potendo accettare che il figlio si senta in quel modo. “Non va bene che tu stia male”
Interrogare, inquisire fanno sentire i figli minacciati non sapendo dove quelle domande vanno a parare. Possono provocare ansia e timore.
Cambiare argomento, minimizzare, distrarre suggeriscono che le difficoltà della vita vanno evitate, piuttosto che affrontate. Possono sottintendere che i problemi del figlio siano irrilevanti.

La capacità del genitore di rimanere sul problema anziché proporre modalità diverse per uscirne, potrebbe sfociare in una risposta di ascolto attivo: “Ti sei fatto male!”o “Provi molto dolore”. Il bimbo in questo modo capisce di essere stato ascoltato nel suo pianto, compreso nel suo male, riconosciuto nel suo modo di essere e contenuto nella sua emozione dall’attenzione del genitore.
Potrebbe semplicemente dire “Sì” e smettere di piangere.


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