1 Dicembre 2010 ARTICOLI

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La comunicazione efficace

Perché una comunicazione risulti efficace, cioè ottenga gli obiettivi che ci proponiamo, deve rispondere ad alcune caratteristiche, prima fra tutte essere adeguata alla situazione del momento.

Se desideriamo aiutare, dobbiamo ottenere questo risultato; se desideriamo condividere, ci muoveremo in vista di questo obiettivo. Gordon propone uno schema di riferimento che ci può aiutare in questo senso. La domanda che egli pone, è: “Di chi è il problema?” In base alla risposta che diamo, utilizzeremo una serie di modalità di volta in volta diverse.

Nella relazione educativa, le possibilità sono tre:
– il problema è del figlio
– il problema è del genitore
– non c’è problema

Se il problema è del figlio, la modalità principe è l’ascolto, passivo e attivo. Potrà sembrare strano, perché normalmente le risposte che vengono date sono di tutt’altro genere: si dà un consiglio, si cerca di consolare, si giustificano i comportamenti, si cerca di incoraggiare, si minimizza, si analizza e si cerca di interpretare la situazione, si rassicura, si pongono domande, si esprime un giudizio …. Queste sono modalità che si usano molto spesso quando si cerca di aiutare qualcuno.
Ci si chiede se non è questo che deve fare un genitore, spesso ci si stupisce che non funzionino. Ma in effetti non funzionano nel momento dell’aiuto: Gordon le chiama “metodi tradizionali di aiuto” considerandole addirittura barriere alla comunicazione in questo contesto. La cosa curiosa è che anche i genitori stessi, quando si chiede loro che cosa dà fastidio quando cercano di parlare ad un altro di un loro problema, elencano esattamente gli stessi tipi di risposte su presentate.
Ce ne sono anche altre che talvolta vengono usate: dare ordini, ironizzare, cambiare argomento, prendere in giro, fare la predica, promettere o minacciare… ma rispetto a queste quasi tutti i genitori concordano sul fatto che non funzionano ad aiutare una persona che ha un problema.
Il fatto è che una persona in difficoltà si trova in uno stato di carico emotivo che non le permette di aggiungere altre informazioni a livello cognitivo, insomma non ha bisogno di qualcuno che le dica che cosa fare o che cerchi di consolarla, ha bisogno invece di qualcuno che si metta nei suoi panni e la comprenda, dandole modo di “tirare fuori” quel che sente e pensa, di arrivare, attraverso la condivisione con l’altro, ad un alleggerimento emotivo e ad una maggiore chiarezza intellettuale che potrà permetterle appunto di trovare la sua soluzione.
Un ragazzo una volta mi ha detto: come il computer, quando scarichi i dati su una chiavetta, lui si libera. Mi pare che l’immagine sia efficace. Ma se il computer è già intasato, è inutile se non dannoso immettere altri dati: si bloccherà e non comunicherà più con voi, esattamente come i figli!
In effetti la persona che non sente rispettata la sue esigenza di aprirsi con qualcuno di sua fiducia, che sente l’interlocutore preoccupato di dargli risposte e soluzioni, interrompendo così il flusso della sua comunicazione, tende a chiudersi e a non avere più voglia di comunicare.


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