Non è pertanto necessario agire in modo da contenerlo a tutti i costi, ma ciò non significa che non sia essenziale per ognuno imparare a gestirlo.
Il conflitto irrisolto, infatti, genera sentimenti di rabbia e frustrazione, cui spesso consegue l’interruzione della comunicazione tra le parti, diventando così necessario delegare ai Tribunali ogni decisione, o, peggio, essendo portati ad assumere atteggiamenti anche violenti.
Una buona gestione del conflitto permette invece alle parti di comunicare l’una all’altra ciò che sentono, per trovare una soluzione dei problemi, che sia accettabile per entrambi.
Normalmente, tuttavia, i configgenti spesso non sono in grado di percorrere questa strada in autonomia. Chi ha vissuto un’esperienza di conflitto familiare (e chi no?) sa bene che, in una situazione di incomprensione di questo tipo, per chi soffre l’altro diventa “il nemico”, la fonte della sua sofferenza. Ogni parte si sente “vittima” e chiedere ad una vittima di comunicare il proprio sentire più intimo a colui che ella considera essere il proprio carnefice è cosa assai ardua.
Tra i vari tentativi di gestione del conflitto, oggi si sta facendo dunque strada la pratica della mediazione, la quale consiste nell’applicazione di tecniche con l’ausilio delle quali ci si propone di accompagnare le parti in questo difficile percorso.
Come il negoziato e l’arbitrato, la mediazione costituisce una pratica di “risoluzione alternativa delle controversie” (o ADR).
La mediazione familiare, in particolare, costituisce un approccio alternativo (seppure non sostitutivo) alle procedure legali tradizionali per affrontare e gestire i conflitti coniugali, in caso di separazione o divorzio.
Esistono in letteratura molteplici definizioni della Mediazione Familiare, anche dal momento che la stessa si esprime in varie teorizzazioni e diversi modelli.
Una definizione riassuntiva della mediazione, seppure di certo non esaustiva, potrebbe essere quella che la presenta come “procedura alternativa alla lite legale e ad altre forme di assistenza terapeutica o sociale, in cui una terza persona, imparziale, qualificata e con una formazione specifica, chiamata mediatore, agisce per incoraggiare e per facilitare la risoluzione di una disputa fra le parti”. (Haynes e Buzzi, Introduzione alla mediazione familiare. Principi fondamentali e sua applicazione, Giuffrè, Milano, 1996, 11).
Evidenziando come i configgenti restino i protagonisti indiscussi del percorso di mediazione, va ribadita pertanto la professionalità del mediatore.
Bisogna infatti essere coscienti del fatto che è una relazione a tre quella che si crea nell’ambito del percorso di mediazione: il mediatore, pur dovendo restare rigorosamente “fuori” dal conflitto, in qualche modo è chiamato però “dentro” alla relazione.
Egli deve essere capace di creare un clima di rispettoso ascolto, offrendo ai confliggenti lo spazio ed il tempo per ri-conoscere il conflitto in un territorio, tanto neutrale, quanto partecipe del loro sentire.
Il tutto all’ambizioso fine di ristabilire la comunicazione (più o meno faticosa) fra le parti, non più poste su un piano antagonista vincitore-perdente, ma su un piano di reciproco rispetto nei confronti propri (e dei figli).
La mediazione – come correntemente intesa – arriverà solo dopo che si sia fatta esperienza di un tempo prezioso dedicato all’ascolto empatico ed acritico dei confliggenti, per permettere agli stessi di giungere finalmente alla stesura di accordi soddisfacenti per entrambi e potenzialmente stabili.
Nello specifico, vi sono, poi, modalità differenti di approcciare alla mediazione stessa: vi sono mediatori che danno priorità alla fase dell’ascolto, ritenendo di poter aiutare maggiormente i partecipanti dando loro spazio per sciogliere i nodi psicologici ed emotivi che stanno dietro al conflitto (è l’approccio, ad esempio della mediazione trasformativa); e vi sono altri che preferiscono concentrarsi invece di più sulla risoluzione della disputa, al fine di raggiungere soprattutto un accordo condiviso e quindi più rispettato nel tempo, che meglio soddisfi i bisogni di tutti i membri della famiglia (come nel caso in cui si faccia applicazione di modelli di matrice negoziale).
Da parte nostra crediamo che entrambe le impostazioni possano in parte convivere, ma riteniamo di sentirci molto vicine ad un tipo di mediazione che favorisca anzitutto l’ascolto e l’accoglienza della persona, terreno indispensabile per la creazione di un contesto idoneo a ragionare serenamente per assumere qualunque decisione.
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