28 Novembre 2013 ARTICOLI

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La mediazione familiare: Le ragioni

Già di per sé la separazione costituisce un evento logorante: il matrimonio, infatti, è fonte di identità ed anche – perché no – di status sociale. Nell’immaginarsi più o meno improvvisamente fuori da quel contesto comporta per i coniugi l’accettazione di un cambiamento radicale della loro vita, in corrispondenza del quale essi provano facilmente una sensazione di abbandono ed un senso di fallimento e delusione di fronte al progetto di vita in cui ciascuno aveva investito e creduto.

In un momento già così faticoso nuovi scontri non possono che dilatare il dolore e ravvivarlo continuamente.

E’ invece necessario che ciascun coniuge riesca a prospettare un nuovo ruolo per sé, dandosi la possibilità di elaborare un nuovo progetto di vita.

Nel contempo, poiché la famiglia divisa è comunque una famiglia i cui soggetti continueranno a mantenere reciproche relazioni, soprattutto nel caso della presenza dei figli, si rende necessario riorganizzare queste relazioni, mantenere aperto o riaprire il dialogo, nell’ottica di comporre il conflitto (L. Parkinson, La mediazione familiare, Erickson, Trento, 2003).

Il conflitto coniugale può, tuttavia, risolversi positivamente, con accordi che durino nel tempo, solo se quelle soluzioni sono vissute non come vittorie dell’uno sull’altro, ma sono state accettate da ciascun coniuge come consapevole mediazione rispetto alle posizioni ed alle aspettative dell’altro.

È molto importante perciò che, nel momento in cui con le parti si iniziano a definire le condizioni che costituiranno nel loro insieme l’accordo di separazione consensuale, le stesse (ed il mediatore con loro) abbiano ben presente quelle che saranno le loro esigenze future: tale attenzione renderà possibile ai coniugi la realizzazione effettiva dell’accordo preso.

La stesura dell’accordo di separazione costituisce pertanto una fase molto delicata, che per poggiare su basi sicure necessita di una grande collaborazione dei coniugi e di un faticoso sforzo di schiettezza. È importante perciò che le parti abbiano già lasciato i sentimenti di paura e rabbia che le accompagnavano nelle prime fasi della crisi coniugale, per poter così essere nelle condizioni di comunicare i propri sentimenti ed i propri bisogni, onde immaginare delle soluzioni in grado di rispondere alle necessità di entrambe.

Dal punto di vista, più specifico, degli accordi economici, che costituiscono l’argomento che qui ci occupa in particolare, lo sforzo sarà quello di ricercare continuamente il difficile equilibrio tra l’esigenza di tutela del coniuge più debole e quella, antagonistica, di non gravare eccessivamente sull’altro.

Tale oscillazione riflette tra l’altro il sovrapporsi di due diversi principi: da un lato il dovere di solidarietà coniugale, che si protrae naturalmente anche nella fase di crisi del rapporto; dall’altro la necessità che i coniugi non siano privati delle risorse necessarie per dare vita ad una nuova famiglia.

Per quel che concerne questo secondo aspetto, in particolare, va evidenziato come il fatto che, come si è detto più sopra, presupposto per il sorgere del diritto al mantenimento in favore del coniuge – cui non sia addebitabile la separazione – sia, secondo la giurisprudenza, la mancanza di adeguati redditi propri, nel senso specificato, è spesso causa di aspettative in capo al coniuge debole che restano deluse. Tale parametro, infatti, si riferisce essenzialmente al passato, guardando al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, ma è poi chiaro che l’accordo finale di separazione dovrà necessariamente tenere conto anche di quelle che potrebbero essere le future scelte di vita del coniuge obbligato.

E’ certo che nella realtà, infatti, la separazione determina quasi sempre una situazione di ridimensionamento del tenore di vita di entrambi i coniugi. Non si può negare come anche tale “impoverimento” stia alla base di un ulteriore aumento della conflittualità coniugale e spesso anche genitoriale, che richiede di essere gestita.

Una buona gestione del conflitto, oltre ad essere utile di per sé alle parti, lo è a maggior ragione in presenza di figli.

Se, infatti, i coniugi possono decidere di interrompere il patto coniugale che li legava, la genitorialità è una scelta irreversibile. È pertanto necessario che i coniugi, anche durante la crisi del loro rapporto, continuino a svolgere i loro compiti educativi nei confronti dei figli, stando loro vicini ed aiutandoli a vivere l’evento della separazione in modo che lo stesso possa comunque costituire una risorsa per la loro vita, un nuovo inizio, un’occasione di cambiamento potenzialmente positiva.

Un’elevata conflittualità tra le parti, al contrario, certo non è utile a tali scopi.

È ormai accertato, infatti, che i figli risentono degli effetti deleteri della separazione, tanto da potersi parlare addirittura di modifiche del normale processo evolutivo.

La separazione dei genitori rischia di provocare nella prole confusione, disorientamento, perdita di sicurezza e paura.

È  pertanto necessario, in particolar modo in presenza di figli, che la coppia riesca, nonostante la nuova situazione, a reimparare a comunicare per continuare a svolgere i propri compiti di co-genitorialità.

L’obiettivo cui mirare è perciò proprio quello di gestire insieme il conflitto, ridefinire i confini familiari, ma soprattutto, continuare a prendersi cura dei propri figli.

Funzionale a tale scopo dovrebbe essere l’attuale modello legale, c.d. dell’affidamento condiviso – introdotto con la legge n. 54 del 2006 -. E ciò soprattutto grazie alla valorizzazione del concetto di bi-genitorialità che tale modello comprende, per cui con la separazione il minore non si trova a dover improvvisamente perdere un genitore, ma si rapporta ad entrambi i propri genitori, semplicemente in tempi, ugualmente equilibrati, ma diversi.

Dal punto di vista in particolare dei rapporti economici, il modello legislativo sopra indicato prevede l’applicazione del discusso sistema del mantenimento diretto.

Grazie al mantenimento diretto, infatti, le parti mantengono entrambe il loro ruolo di genitori: l’uno non è costretto a subire il filtro dell’altro nelle decisioni da prendere per i propri figli, né l’altro si sentirà il solo responsabile della loro crescita.

Il fatto che ogni genitore possa prendersi direttamente cura della prole, dimenticando l’antipatico metodo per cui l’uno si limitava a trasferire all’altro parte delle proprie risorse perché questi decidesse come destinarle ai minori, dovrebbe far sì che davvero entrambi i genitori possano continuare a mantenere un vero rapporto con i propri figli, evitando la totale esclusione di uno di essi dalla vita del minore.

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