14 Settembre 2010 ARTICOLI

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Educare i figli: L’ascolto secondo il metodo Gordon

Nel metodo Gordon l’ascolto è l’abilità più efficace in una relazione d’aiuto. Quando il figlio è in difficoltà o ha un problema, praticare l’ascolto può costituire un aiuto effettivo.

Tre sono le condizioni necessarie ad un buon ascolto. L’ascoltatore deve essere:
Accettante, cioè disposto ad ascoltare l’altro così com’è, con il suo proprio modo di pensare, sentire, agire.
Empatico, cioè capace di comprendere l’altro per davvero, di intuire i suoi sentimenti, di mettersi nei suoi panni.
Autentico, cioè sincero, onesto, genuino, piuttosto che interpretare un ruolo, in questo caso quello genitoriale.

Le modalità di ascolto sono due: ascolto passivo e ascolto attivo.
L’ascolto passivo è l’ascolto silenzioso, il non dire che comunica accettazione. La abilità sottese all’ascolto passivo sono l’intenzione di ascoltare, l’attenzione, il silenzio, i cenni di conferma. Durante l’ascolto possono venire usate “frasi invito” o “apriporta” del tipo: “certo… dimmi pure.. capisco… ti ascolto… continua pure… mmm mmm… davvero…” e molte altre dello stesso tipo che sono segnali di incoraggiamento a parlare.
Nell’ascolto attivo l’ascoltatore, dopo avere intuito contenuto, sensazioni, emozioni, sentimenti, significati meno espliciti, comunica al figlio quanto ha compreso, riformulandolo con modalità proprie. E’ importante che non venga aggiunto o tolto nulla, che venga “rimandato” esclusivamente il messaggio ricevuto, senza nulla di proprio (valutazioni, giudizi, consigli, opinioni, domande, indicazioni o altro, neppure in modo mascherato). Solo ed esclusivamente il messaggio ricevuto. La dinamica dell’ascolto attivo può essere così riassunta:
• il genitore osserva e ascolta con attenzione;
• il genitore formula una cauta ipotesi sul vissuto del figlio;
• il genitore comunica la sua impressione;
• il figlio avvia un nuovo ciclo di comunicazione confermando o correggendo il feed-back del genitore.

Quando applicare l’ascolto attivo?
Quando il figlio ha un problema o sentimenti intensi, che mostra con segni e sintomi, verbali e non verbali. Quando ha voglia di parlare con l’ascoltatore. Quando il genitore accetta sinceramente il figlio ed è desideroso di aiutarlo. Quando sente che il figlio è una persona separata, con una vita propria, per poter comprendere senza restarne coinvolto. Quando ha fiducia nelle capacità del figlio di risolvere il problema autonomamente: il suo compito è facilitare il processo. Quando ha e vuole avere il tempo necessario.

Un esempio di ascolto attivo riferito da un genitore e tratto dal libro “Genitori efficaci” di Gordon:
Michela, 3 anni e mezzo, cominciò a lagnarsi senza sosta appena la madre la lasciò con me in macchina per fare la spesa al supermercato. “Voglio mamma” ripeté almeno una dozzina di volte nonostante ogni volta le dicessi che sarebbe tornata in pochi minuti. Poi cominciò a piangere urlando: “Voglio la mia bambola. Voglio la mia bambola.” Non riuscivo a rasserenarla in alcun modo, poi mi ricordai dell’ascolto attivo. Disperato dissi: “Mamma ti manca molto quando ti lascia sola”. Annuì. “Non ti piace che mamma vada senza di te”. Annuì ancora, stringendosi sempre alla sua copertina e con l’aspetto spaurito di un cucciolo raggomitolato in un cantuccio del sedile posteriore. Continuai:“Quando ti manca la mamma, vorresti la tua bambolina”. Annuì energicamente. “Ma qui non c’è la tua bambola e ti manca anche lei”. A quel punto, come per magia, uscì dall’angolino in cui si era raggomitolata, lasciò cadere la copertina, smise di piangere, si trascinò sul sedile anteriore dove sedevo io e iniziò a conversare piacevolmente sulla gente che vedeva nel parcheggio.


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