Ecco a voi un esempio recentissimo, per dimostrarvi che non siamo del tutto a posto.
Come saprete la settimana scorsa, il 24 giugno, a Torino si è festeggiato san Giovanni Battista.
Ci sono state le sfilate in costume, i fuochi d’artificio (o “fuochi dentifricio” come continuano a dire i miei figli) e soprattutto l’accensione del “farò”.
Il farò non è altro che un grosso mucchio di legno (5 tonnellate di rami, fornite dall’Amiat grazie alla raccolta differenziata), sormontato da un torello, che viene acceso e lasciato ardere nella notte del 23 giugno.
Nel corso di quella notte, circa 2013 anni fa, sarebbe nato il santo protettore della nostra città: Giovanni Battista.
Questa volta, in piazza Castello, c’era anche La Pirì.
Se ne stava lì con il suo “kiwey” blu, schiacciata, tra torinesi schiacciati come lei, ad aspettare…
Eravamo tutti lì, stretti stretti, a guardare la catasta che bruciava e che cominciava a traballare.
“Dove cadrà? Dove cadrà?” – Immobili.
“Cadrà qui o cadrà là?” – Immobili.
E sapete perché?
Perché, secondo la tradizione, se la catasta cade in direzione di Porta Nuova (la stazione, che vedete bianca e rosa in fondo a via Roma) l’annata per Torino e i suoi abitanti sarà buona e bella; se invece cade dalla parte opposta e cioè verso il Palazzo Reale, siamo tutti fritti: niente soldi, e poi calamità, carestie, invasioni di cavallette e chi più ne ha più ne metta!
Così, noi tutti, ce ne stavamo lì, affratellati dalla speranza di un anno migliore!
Come se davvero si potesse leggere il futuro da come crolla a terra un mucchio di tizzoni ardenti! Robe da matti, penserete voi!
E così deve aver pensato anche il torello che ci guardava da lassù, incerto sul responso da darci.
I pessimisti urlavano “nero, nero”; gli ottimisti rispondevano “bianco, bianco”.
Alla fine ha optato per una scelta neutrale: né di qua né di là!
Si è buttato verso Palazzo Madama come a dire: “Arrangiatevi, io me ne lavo le zampe!”.
Accidenti: nessuno aveva scommesso sul grigio!
Poi abbiamo tirato su i nostri nasi e abbiamo visto una luna grande grande e tutta gialla. Stava lì, ferma nel cielo, tra la Torre del Castello e la Mole Antonelliana.
E di nuovo ci siamo guardati tra noi, che non ci conoscevamo proprio, e ci siamo sentiti un po’ lupi mannari!
Ci veniva quasi voglia di ululare!
Vi sembrerà strano ma anche questa è una cosa molto torinese.
Pensate che moltissimi anni fa dovette intervenire addirittura il vescovo Massimo per vietare ai Torinesi il “vinceluna” e cioè l’usanza di ululare alla luna tutte le volte che questa spariva dal cielo!
Si era nel IV secolo dopo Cristo e ad ogni “luna nuova” era sempre la stessa storia: “Aùùùù, aùùùù, torna luna, torna a splendere su di noi”.
Che tontoloni! La luna non sparisce mica, semplicemente mostra la sua faccia in ombra e noi vediamo il cielo nero.
Dunque dunque, ma allora chi è più matto: i torinesi ululanti di allora, o quelli creduloni di oggi?
Pensateci su qualche giorno, nel frattempo noi andiamo a caccia di qualche nuova curiosità da raccontarvi.
