20 Ottobre 2010 L'ESPERTO RISPONDE

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Il mio bambino non voleva andare all’asilo

Ho scoperto per caso il vostro sito e vorrei approfittare della vostra consulenza per porvi una domanda che mi perseguita fin dalla sua infanzia.
Scusatemi se mi inserisco portando via, forse, tempo ad altre mamme.
Dico questo perchè la risposta al mio quesito non sarà risolutiva e
fondamentale, è oramai fuori tempo in quanto mio figlio è già grande/adulto,
ma il dubbio che mi accompagna da tanti anni continua perennemente ad
accompagnarmi.
Anticipo che non so se tutti i dettagli possono essere interessanti per la
risposta però ritengo di doverli notificare.
Mio figlio alla nascita si è presentato podalico perchè aveva il cordone
ombelicale legato al piedino che non le ha permesso di posizionarsi in modo
naturale per la nascita. L’ho allattato al seno per due mesi e mezzo poi ho
smesso perchè era insufficiente.
Premetto che lavoravo è ho usufruito dei tre mesi di maternità dopo la
nascita, dopodichè ho preso una baby sitter al mattino, una signora sui 50
anni e il pomeriggio era seguito da mia mamma fino all’età di 3 anni.

Poi l’ho iscritto all’asilo e qui sono cominciati i primi problemi: appena
alzato mi diceva subito “non voglio andare all’asilo”, tenete conto che non
andava subito ma lo portavo da mia mamma per fargli fare la colazione
tranquillo con calma perchè io dovevo essere al lavoro alle 8.00.
Ai primi lavoretti manuali, anche avanti con l’anno, le maestre mi dicevano che il bambino non riusciva a colorare un disegno dentro i contorni senza “sbavare”.
Ho sempre pensato che ognuno ha i suoi tempi di maturazione e non davo
molto peso alla cosa (1° errore?).
Al momento di andare alla scuola elementare il bambino presentava difficoltà a scrivere e a leggere, non stava sulla riga e la sua scrittura era molto “spigolosa”, cosa che ha mantenuto anche in età adulta.
Al momento di entrare in classe cominciava a sudare nonostante che la
maestra ed io lo tranquillizzasimo con dolcezza e amore.
Ma la cosa che più mi ha colpito e che mi porto dietro da quel tempo è che
all’età di 7/8 anni più volte nei nostri discorsi si inseriva con “io non
voglio diventare grande”. Questa affermazione mi angosciava perchè non
capivo il perchè, mi veniva da pensare che sarebbe stato più giusto avesse
detto il contrario perchè diventando grande poteva risolvere i suoi
“ritenuti” problemi, ma evidentemente non riteneva il mondo dei grandi in
grado di risolverli, ma allora perchè voler “rimanere piccolo” forse per
stare di più con la mamma?
Tenete presente che io appena uscivo dal lavoro correvo subito a casa e
stavo con lui tutto il tempo come ho fatto prima con sua sorella, di cinque
anni più grande; giocavamo assieme e li seguivo nei compiti e nello studio,
anche fino a tarda sera; sua sorella non ha mai avuto problemi di nessun
genere.
Ha sempre avuto difficoltà con l’aritmetica tanto che l’ho portato anche da uno psicologo, su consiglio dell’insegnante, perchè valutasse questo
problema il quale mi ha detto che il bambino aveva questa difficoltà di
elaborazione dei numeri a causa dell’emisfero sinistro… (mi scuso ma
riporto a memoria dato il lungo periodo passato).
Le difficoltà scolastiche sono sempre rimaste e questo causava in me molta
ansia, non tanto per il motivo in sè ma per la mancanza di autostima che il
bambino/ragazzo poteva avere.
Questa ansia naturalmente, nonostante non volessi trasmettergliela,  sono
sicura che lui la percepisse, con i toni di voce e a volte le sgridate che
gli davo.
L’ho sempre pressato molto per i risultati scolastici (e me ne pento).

Nel tempo sono rimasta verso di lui molto protettiva e questo a lui ha
sempre dato fastidio ancora oggi mi dice che a volte gli metto ansia.

Mi scuso se mi sono dilungata troppo, ma guardando il vostro sito ho visto
l’opportunità di poter chiarire i dubbi che mi perseguitano di avere dei
pareri per capire se ho sbagliato, o dove ho sbagliato.

Capisco anche che quello che fatto è fatto, ma è una mia necessità sapere.

Vi ringrazio anticipatamente della vostra attenzione e se vorrete
rispondermi.

Cordialmente

Lucine

Cara Lucine,
tu elenchi una serie di difficoltà di tuo figlio e le tue preoccupazioni legate a queste difficoltà: temi di non essere stata una mamma adeguata per non essere riuscita a risolvere questi problemi o per lo meno di non esserti attivata abbastanza per risolverli, inoltre per avere fatto tu stessa degli errori.
Vai cercando nelle difficoltà emerse nella sua infanzia la causa di un malessere di tuo figlio che sottintendi, che a te causa tuttora un grande dolore, una pena che ti accompagna costantemente: è “una domanda che mi perseguita fin dalla sua infanzia, un dubbio che mi accompagna da tanti anni e continua perennemente ad accompagnarmi”.
Temi di avere sbagliato qualcosa e cerchi di ricordare tutti gli eventi che possano avvalorare questa ipotesi.
Probabilmente ti senti anche in colpa con lui, quasi fossi tu la responsabile di quel che gli è accaduto.
Sento tutta la tua sofferenza di mamma per una situazione, qualunque essa sia, che ti è difficile accettare.
Da quel che tu scrivi, emerge invece che tu hai fatto tutto quello che potevi e che era necessario fare: sei stata vicina a tuo figlio, gli hai dedicato tutto il tempo che avevi, l’hai portato dallo psicologo.
In sostanza tu ti sei occupata di lui in modo più che adeguato, come hai fatto con tua figlia. Alcune delle difficoltà non dipendevano assolutamente da te: un parto podalico, le difficoltà di scrittura o in matematica si sono dimostrate legate a fattori fisiologici che tu non puoi controllare.
L’hai portato dallo psicologo che si è limitato a fare una diagnosi. Penso che se ci fossero state altre cose da fare, te lo avrebbe detto lui stesso. Tutte le mamme vorrebbero fare il massimo per i loro figli, dare loro tutto quello che possono. Ma tu, facendo tutto quel che potevi, ti sei comunque ritrovata impotente a risolvere i suoi problemi.
Ora pare che tu sia rassegnata a questo tuo dolore, pensando che non ci sia più niente da fare perché ormai tuo figlio è grande ed i giochi sono fatti. Chiedi anche scusa della tua domanda pensando addirittura di non avere diritto di farla per non portare via tempo ad altre mamme.
Ma il tuo dolore è grande e, anche se ormai fossi “fuori tempo”, la tua sofferenza merita comunque una grande considerazione, è il segnale di un interesse per tuo figlio che non è mai mancato e non è venuto meno col tempo.
Vivevi l’ansia nel vedere i suoi problemi e temi di avergliela trasmessa, di essere stata troppo esigente quando a volte lo sgridavi o lo pressavi per i risultato scolastici, ma anche molto protettiva nei suoi confronti, così che creavi ansia a lui.
Temevi per la sua autostima quando non riusciva a scuola. Avresti voluto poter fare qualcosa per lui ma ti pare di non esserci riuscita e non riesci a perdonartelo.
Forse è proprio questo il nocciolo della questione. Proprio questo tua mancanza di perdono verso te stessa, queste preoccupazioni e queste ansie nei suoi confronti creano oggi una barriera fra te e lui.
“Nel tempo sono rimasta verso di lui molto protettiva e questo a lui ha sempre dato fastidio ancora oggi mi dice che a volte gli metto ansia.”
Riesci a spostare la tua attenzione da te a tuo figlio? Ascoltalo. Ti sta dando la chiave per sciogliere ORA le barriere che nel tempo si sono create fra voi. Se lui è a disagio e in ansia a sentirti protettiva nei suoi confronti, non pensi che potrebbe invece sentirsi sereno e contento se sentisse serena e contenta anche te? se il vostro rapporto fluisse più liberamente, se la vostra comunicazione potesse essere più aperta ed immediata, non disturbata da un dolore muto e continuo?

Se tu ti martirizzi, non fai che accentuare i suoi problemi, ammesso che lui viva la sua situazione come un problema. Liberando te stessa da tutta questa pena che ti porti dentro, liberi anche lui permettendogli un rapporto più sereno e rilassato con te, basato non tanto su quello che tu pensavi potesse essere il suo bene e avresti desiderato per lui, ma su quello che lui è realmente.
Potrai manifestargli apertamente quel che esce dal tuo cuore, che lui potrà finalmente sentire libero e leggero nei suoi confronti? Non pensi che questo possa migliorare di molto la sua vita, oltre che la tua? Non pensi che la sua vita possa cambiare di molto se gli lascerai lo spazio per un buon rapporto con te, in cui possa essere tranquillamente come è ed esprimersi senza temere di farti stare male?
Riesci ad immaginare quale rapporto di affetto e considerazione e scambio reciproco potreste instaurare voi due?
Lui ha bisogno di non sentire più il peso della tua sofferenza. Riesci ad accoglierlo così come è, senza più vivere pena e preoccupazione?
Il più grosso dono che una mamma può fare a suo figlio è la sua accettazione incondizionata.
Mi rendo conto che per una mamma è un’operazione molto difficile quella che ti propongo. Si tratta forse di accettare l’inaccettabile. E’ difficile abbandonare i vecchi modi di pensare, lasciare andare la colpa e la pena, pensando che tutto è andato e va bene così. Ma se riuscirai invece a guardare a lui con uno sguardo nuovo, attento e benevolo, che gli comunichi la tua considerazione, il tuo affetto, la tua totale accettazione e la tua gioia per la sua vita, ORA tu puoi fare veramente molto per tuo figlio e per te.
Apprezzo molto il tuo coraggio nel manifestare tutto il tuo dolore. Non temere di “approfittare” se non condividi quanto detto o se senti l’esigenza di condividere altre cose.

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