Cara Laura,
il pianto è la prima forma di comunicazione del bambino ed esprime tensione, disagio, dolore fisico o fame.
Come dice Winnicot, una madre “sufficientemente buona” sa provare empatia per la sua creatura, sa mettersi nei suoi panni e sentirne il disagio e, nello stesso tempo si fa strumento per aiutarla a metabolizzare il dolore o la rabbia o l’angoscia ancora priva di nome.
Il pianto quindi è insito nella natura dei neonati.
A ciascuno di noi capita, talvolta, di voler piangere perché è una liberazione e piangere fra le braccia di qualcuno che amiamo e che ci ama, lo è ancora di più.
Ma il pianto dei bambini scatena anche le nostre paure e la rabbia che possiamo aver provato nella nostra infanzia.
Senza considerare, poi, il ruolo che gioca la nostra cultura che ci rivolge sguardi severi e di rimprovero quando la nostra creatura piange.
In noi genitori nascono sentimenti contrastanti e d’inadeguatezza: diventiamo ansiosi, tesi, ed il desiderio che il pianto cessi all’istante si contrappone all’istinto protettivo di voler accogliere e comprendere i nostri figli.
Per consolare il figlio ogni madre trova il modo per lei più spontaneo: o quello sperimentato nell’infanzia o quello che avrebbe desiderato.
Dobbiamo tenere a mente che i nostri figli sono delle vere e proprie spugne rispetto alle nostre emozioni, sono direttamente collegati al nostro benessere o malessere senza alcun filtro o sovrastruttura mentale.
Ti faccio un esempio: se la panettiera dove ci serviamo intimamente ci risulta antipatica, ma per educazione e senso civile riceve il nostro gentile saluto e sorriso, il bambino non lo sa: sente solo l’antipatia e comincia a piangere…
Per questo credo che il primo passo da fare sia quello di prenderci cura di noi stesse, scegliendo il più possibile quelle situazioni che ci fanno stare bene, in armonia con noi stesse e con gli altri.
Alcune ricerche hanno dimostrato come l’organismo umano, attraverso il pianto, rilasci alcuni ormoni che liberano la tensione e l’eccitazione: dunque il pianto sembra essere un meccanismo mirato al controllo dello stress e di sollievo da esso.
Cara Laura mi sento di suggerirti un approccio utilizzato durante il massaggio neonatale in tre passaggi.
Per prima cosa fai un respiro profondo rilassando tutto il tuo corpo perché il respiro trattenuto sostiene la tensione.
In secondo luogo cerca di mettere da parte per un momento la bambina interiore che è in te.
Quando ti sentirai pronta al con-tatto cerca lo sguardo della tua creatura e poni le mani dolcemente, ma con fermezza, sul suo corpo permettendo così al tuo amore di scorrere dentro di lei.
Potrai così comunicare con la tua voce, i tuoi occhi e le tue mani che vuoi sapere cosa “lei” ha da dirti.
Quando sarai certa che ha detto la maggior parte delle cose che voleva comunicarti offrile un cullamento, una passeggiata o un abbraccio tenero e affettuoso per aiutarla a riorganizzare i suoi sentimenti.
Se si permette loro di piangere e il pianto viene corrisposto con un ascolto rilassato e pieno d’amore sappiamo che non abbiamo operato solo sul presente ma anche sul futuro: apportiamo il nostro contributo affinché possano divenire adulti più rilassati e sicuri nelle proprie capacità comunicative, e tanto altro ancora…
Se desideri approfondire puoi leggere questo articolo: Dieci ragioni per rispondere ad un bambino che piange.
Arianna Fucarino
